UNI EN 1838:2025 – La nuova era dell’Illuminazione di Emergenza (Parte I)
Il panorama normativo della sicurezza antincendio sta vivendo una trasformazione profonda. Con l'introduzione della UNI EN 1838:2025, non siamo di fronte a un semplice ritocco dei valori di illuminamento, ma a un cambio di paradigma: la progettazione passa da "teorica" a "comportamentale".
Noi di Inotec-Light, operando in contesti ad alta densità di pubblico — dai grandi poli espositivi alle strutture ricettive — abbiamo analizzato i tre pilastri fondamentali di questo aggiornamento. Ecco cosa cambia realmente per chi progetta, installa e gestisce la sicurezza.
1.Vie di esodo: la fine della “linea mediana” e il trionfo della superficie utile
Per anni, la progettazione illuminotecnica delle vie di esodo si è basata su un’impostazione relativamente semplificata: si tracciava una linea immaginaria lungo la mezzeria del corridoio e si garantiva su quella linea il valore minimo di 1 lux. Il controllo dell’illuminamento era focalizzato su quell’asse centrale, mentre ai lati si accettava una progressiva riduzione del livello luminoso.
Era una logica comprensibile dal punto di vista teorico, ma poco aderente al comportamento reale delle persone in emergenza.
Con l’aggiornamento 2025 della UNI EN 1838, questa impostazione viene superata in modo chiaro. La norma abbandona la centralità della linea mediana e impone una verifica estesa all’intera superficie calpestabile della via di esodo, fatta salva una fascia perimetrale limitata (generalmente 0,5 metri per lato nei corridoi ampi, proporzionalmente ridotta nei percorsi più stretti).
Dalla teoria alla fisicità del movimento
Il principio alla base di questo cambiamento è semplice ma fondamentale: in emergenza le persone non si muovono lungo una linea ideale.
In presenza di fumo, ridotta visibilità o situazioni di panico:
- ci si avvicina alle pareti per orientarsi;
- si procede in gruppo;
- si cerca un appoggio laterale;
- si evita un ostacolo spostandosi verso i bordi.
Se le zone laterali risultano sottodimensionate dal punto di vista illuminotecnico, il rischio non è solo formale ma reale: si creano aree meno visibili dove possono essere presenti gradini, variazioni di quota, ostacoli o porte di uscita.
La norma 2025, quindi, introduce una visione più comportamentale della sicurezza: non si illumina una linea, si illumina uno spazio di movimento.
La verifica sull’area calpestabile: cosa significa tecnicamente
Garantire 1 lux sull’intera larghezza utile comporta un cambiamento sostanziale nel metodo di verifica.
Non è più sufficiente definire una griglia di calcolo ristretta al centro del percorso. Occorre:
- impostare una superficie di calcolo che copra l’intera area calpestabile;
- definire correttamente le fasce perimetrali escluse secondo i criteri geometrici indicati;
- verificare il punto peggiore su tutta l’area utile, non solo sull’asse centrale.
Questo ha conseguenze dirette sui risultati di progetto.
In un corridoio largo, ad esempio 3 metri, il punto più critico potrebbe non trovarsi più al centro tra due apparecchi, ma vicino ai bordi, dove la distribuzione fotometrica dell’ottica si indebolisce.
Ottiche molto concentrate o interassi troppo elevati possono generare situazioni in cui:
- il centro rispetta il valore minimo;
- le zone laterali scendono sotto il limite richiesto.
In questi casi l’impianto risulterebbe non conforme, anche se “visivamente” sembra adeguato.
L’impatto sui software di calcolo illuminotecnico
Dal punto di vista operativo, la norma 2025 impone un uso più rigoroso dei software di simulazione.
Non è più possibile impostare griglie rade o concentrate lungo un’unica direttrice. È necessario:
- aumentare la densità dei punti di calcolo;
- controllare la distribuzione reale dell’illuminamento;
- verificare uniformità e minimi effettivi in prossimità dei bordi.
In pratica, si riduce lo spazio per progettazioni “tirate al limite”. L’interdistanza tra apparecchi deve essere calibrata non solo sul valore minimo, ma sulla qualità della distribuzione luminosa.
Questo comporta spesso:
- una riduzione dell’interasse;
- una scelta di ottiche più ampie o asimmetriche correttamente orientate;
- una maggiore attenzione all’altezza di installazione.
Uniformità: evitare l’effetto “macchia di leopardo”
La norma non si limita a richiedere un valore minimo di illuminamento. Richiede che la luce sia distribuita in modo sufficientemente uniforme.
Il rapporto tra illuminamento minimo e massimo non deve superare i limiti indicati (tipicamente espresso come rapporto di uniformità 1:40). Questo parametro è cruciale perché un’eccessiva differenza tra zone molto luminose e zone più buie genera un effetto visivo disorientante.
L’effetto cosiddetto “macchia di leopardo” si manifesta quando:
- sotto l’apparecchio si hanno picchi elevati di illuminamento;
- tra un apparecchio e l’altro si hanno cadute marcate.
Dal punto di vista fisiologico, l’occhio umano impiega tempo ad adattarsi a forti variazioni di luminanza. In emergenza, questo rallenta il passo e aumenta la percezione di insicurezza.
Una progettazione corretta secondo la UNI EN 1838:2025 non deve quindi solo “far tornare i lux”, ma garantire una progressione luminosa continua e leggibile.
Abbagliamento e percezione dello spazio
Un altro aspetto strettamente legato alla distribuzione è l’abbagliamento.
Se per compensare l’estensione della superficie utile si aumentano eccessivamente i flussi o si utilizzano ottiche troppo direzionali, si può generare abbagliamento debilitante, soprattutto in corridoi stretti o con superfici riflettenti.
L’abbagliamento:
- riduce il contrasto percepito;
- affatica la vista;
- può compromettere l’individuazione della segnaletica.
La norma 2025 richiama quindi implicitamente un equilibrio tra livello di illuminamento, uniformità e controllo delle intensità luminose.
In sintesi: un cambio di paradigma progettuale
La fine della “linea mediana” non è solo una modifica tecnica, ma un cambio di mentalità.
Significa passare da una progettazione centrata su un asse teorico a una progettazione centrata sul comportamento reale delle persone.
Per il progettista, questo si traduce in:
- calcoli più estesi;
- maggiore attenzione alla distribuzione fotometrica;
- verifica accurata dei punti critici;
- riduzione delle tolleranze progettuali.
Per il responsabile tecnico o il facility manager, significa poter contare su un impianto che non illumina solo una linea, ma garantisce sicurezza sull’intero spazio di evacuazione.
2. Aree aperte e flessibilità: la luce che si adatta al cambiamento
Le aree aperte – spesso definite “anti-panico” – rappresentano da sempre uno dei punti più delicati nell'interpretazione della normativa sull'illuminazione di emergenza. Hall di alberghi, atrii di centri direzionali, open space, padiglioni fieristici, magazzini logistici e grandi ambienti produttivi condividono una caratteristica comune: l'assenza di percorsi fisicamente delimitati.
In passato, l'approccio era spesso prudenziale ma generico. Si garantiva un livello minimo di illuminazione diffusa sull'intera area, confidando nel fatto che una quantità sufficiente di luce avrebbe consentito di individuare l'uscita. Il problema è che la luce diffusa non significa necessariamente percorso leggibile.
Con l'aggiornamento della UNI EN 1838 , questa ambiguità viene ridotta in modo significativo.
Il superamento dell'illuminazione “generica”
La norma chiarisce che se una via di esodo attraversa un'area aperta e non è delimitata da pareti o corridoi strutturati, essa non può essere trattata come semplice superficie anti-panico. Deve essere identificata, analizzata e illuminata come un vero e proprio percorso di fuga.
Questo introduce un principio operativo fondamentale: l'illuminazione deve rendere riconoscibile il tragitto verso l'uscita, non solo garantire un livello medio sull'intera area.
Non è più sufficiente che l'ambiente sia “abbastanza luminoso”. Occorre che sia intuitivamente chiaro dove dirigersi.
I percorsi “virtuali”: progettare ciò che non è costruito
In molti open space il percorso verso l'uscita non è segnato da muri ma da logica spaziale. Le persone tendono a scegliere il tragitto più breve, più diretto o più evidente visivamente.
La norma impone quindi un cambio di prospettiva: il progettista deve identificare questo percorso “virtuale”, cioè il corridoio immaginario che una persona seguirebbe istintivamente per evacuare.
Quel corridoio, anche se non esiste fisicamente, deve essere trattato illuminotecnicamente come una via di esodo, con:
- livello minimo adeguato lungo il tragitto;
- continuità luminosa senza interruzioni;
- controllo dell'uniformità.
Dal punto di vista tecnico, questo significa modellare nel software di calcolo non solo l'area complessiva, ma anche una fascia di attraversamento che rappresenta il flusso principale di evacuazione.
Se non viene fatto, si rischia una situazione paradossale: l'area rispetta i valori medi anti-panico, ma il percorso effettivo verso l'uscita presenta punti critici sotto il limite minimo.
Il problema del layout dinamico
Il vero nodo operativo emerge negli ambienti soggetti a modifiche frequenti.
Nei magazzini logistici, nei centri commerciali, nei padiglioni fieristici o negli spazi direzionali, la disposizione interna può cambiare nel tempo:
- scaffalature spostate;
- pareti mobili installate;
- espositori temporanei;
- macchinari riposizionati.
Ogni modifica può alterare il percorso naturale di evacuazione.
Un progetto illuminotecnico statico, basato su una configurazione planimetrica iniziale, rischia di diventare parzialmente inefficace nel momento in cui il layout cambia.
Il rischio non è teorico. Se un nuovo elemento crea una schermatura o modifica il flusso delle persone, l'illuminazione potrebbe non garantire più la continuità del percorso “ovvio”.
Questo è uno dei punti più critici introdotti implicitamente dalla UNI EN 1838:2025: la sicurezza non può essere considerata indipendente dall'evoluzione dello spazio.
La parola centrale diventa continuità.
Non si tratta solo di raggiungere un valore minimo, ma di evitare “salti” percettivi lungo il tragitto. Se l'illuminazione presenta una zona di picco improvvo tra un apparecchio e l'altro, l'occhio umano percepisce incertezza.
In un ambiente aperto, questo può generare:
- rallentamenti;
- deviazioni non previste;
- congestioni.
Una progettazione conforme alla norma deve quindi prevedere una sovrapposizione adeguata dei fasci luminosi e distribuzioni capaci di garantire uniformità anche in presenza di ostacoli.
3. Punti di enfasi e aree ad alto rischio: oltre la semplice evacuazione
Se le novità sulle vie di esodo riguardano la geometria dello spazio, questo capitolo riguarda il significato stesso dell’illuminazione di emergenza.
La UNI EN 1838 non si limita a disciplinare l’evacuazione. Introduce in modo più esplicito un principio fondamentale: l’illuminazione di emergenza deve consentire un’azione corretta, non solo una fuga ordinata.
Questo passaggio è centrale perché riconosce che, in molte situazioni, la prima risposta all’emergenza non è l’abbandono immediato dell’area, ma la gestione consapevole di un rischio.
Punti di enfasi: l’importanza dell’illuminazione verticale
La norma dedica maggiore attenzione ai cosiddetti punti di enfasi, ossia quegli elementi che devono risultare immediatamente identificabili e utilizzabili durante un’emergenza.
Tra questi rientrano:
- estintori;
- pulsanti di allarme incendio;
- defibrillatori;
- quadri elettrici di emergenza;
- planimetrie di evacuazione;
- dispositivi di arresto manuale.
La differenza rispetto al passato è concettuale prima ancora che numerica. In precedenza l’attenzione era focalizzata prevalentemente sull’illuminamento orizzontale, cioè sulla luce presente sul piano di calpestio. Tuttavia, le azioni in emergenza non si compiono sul pavimento: si compiono su superfici verticali.
La norma rafforza quindi la necessità di garantire adeguato illuminamento verticale sui dispositivi critici.
Questo implica un cambiamento sostanziale nella progettazione.
Non è sufficiente verificare che davanti a un estintore siano presenti 1 o 2 lux a terra. È necessario assicurarsi che il corpo dell’estintore, la sua segnaletica e le istruzioni siano effettivamente illuminate con un livello minimo di almeno 5Lux.
Dal punto di vista illuminotecnico, ciò comporta:
- verifica del piano verticale nei software di simulazione;
- analisi dell’orientamento dell’ottica;
- controllo delle ombre portate generate da sporgenze o nicchie;
- posizionamento corretto degli apparecchi rispetto al dispositivo.
Un apparecchio installato troppo distante o con fascio eccessivamente orientato verso il basso può rispettare i requisiti orizzontali ma risultare inefficace nel rendere leggibile un dispositivo montato a parete e per questo viene richiesto che il prodotto che illumina il presidio sia presente ad una distanza orizzontale non superiore a 2 metri.
La qualità della luce diventa quindi un elemento funzionale, non solo numerico.
Contrasto visivo e riconoscibilità
Un ulteriore aspetto spesso sottovalutato è il contrasto.
In condizioni di emergenza, l’occhio umano è sottoposto a stress, adattamento rapido e possibile presenza di fumo. Se un dispositivo di sicurezza non è sufficientemente “staccato” visivamente dallo sfondo, la sua individuazione può richiedere secondi preziosi.
L’illuminazione verticale deve quindi garantire:
- adeguato contrasto tra oggetto e ambiente;
- assenza di ombre marcate;
- distribuzione luminosa uniforme sull’area del dispositivo.
La norma, pur mantenendo un linguaggio tecnico, introduce implicitamente un principio ergonomico: un presidio di sicurezza deve essere immediatamente riconoscibile.
Aree ad alto rischio: quando la luce serve a fermare, non a fuggire
La parte più evolutiva della norma riguarda le aree ad alto rischio.
In ambienti industriali, laboratori, officine meccaniche, impianti produttivi o strutture logistiche automatizzate, un blackout improvviso non genera soltanto buio. Può generare pericolo meccanico, elettrico o chimico.
Macchine in rotazione per inerzia, nastri trasportatori, presse, reattori, sistemi in pressione: in molti casi l’abbandono immediato dell’area senza messa in sicurezza può aggravare il rischio.
La UNI EN 1838:2025 riconosce questa realtà operativa.
L’illuminazione di emergenza deve consentire al personale di:
- individuare il comando di arresto;
- eseguire manovre di sicurezza;
- interrompere un processo in corso;
- chiudere valvole o disattivare impianti.
Arresto sicuro e tempo di reazione
Questo introduce una dimensione temporale e funzionale.
L’illuminazione deve essere:
- immediata (senza ritardi percepibili);
- stabile;
- sufficiente a garantire visibilità dettagliata delle superfici operative.
In questi ambienti non si tratta solo di raggiungere 1 lux. La progettazione deve essere coerente con l’analisi del rischio specifico dell’area.
Qui la norma si intreccia direttamente con la valutazione dei rischi redatta dall’RSPP. Non si progettano semplicemente punti luce: si analizzano le manovre che devono essere eseguite in emergenza.
La progettazione illuminotecnica diventa parte integrante della strategia di sicurezza.
L’illuminamento richiesto per queste aree deve essere almeno il 10% dell’illuminazione ordinaria prevista ma deve essere considerato un valore minimo di almeno 15 lux nel punto in cui si svolge il compito visivo.
Forte attenzione viene data anche al tipo di contrasto che occorre prevedere sull’area interessata, infatti l’indice di uniformità dovrà garantire un rapporto non superiore a 1:10 tra l’illuminamento minimo ed il massimo.
Integrazione tra progettazione e analisi dei rischi
Nelle aree ad alto rischio, la definizione dei livelli di illuminamento non può essere standardizzata in modo rigido. Deve essere calibrata sulle attività presenti.
Il progettista deve dialogare con:
- responsabile sicurezza;
- responsabile di produzione;
- manutenzione;
- direzione tecnica.
Occorre comprendere:
- quali operazioni devono essere eseguite in caso di emergenza;
- quali dispositivi devono essere azionati;
- quali sono i tempi tecnici di arresto.
L’illuminazione di emergenza diventa così uno strumento di prevenzione secondaria, non solo di evacuazione.
Un’evoluzione culturale della norma
L’aspetto forse più significativo è il cambio di paradigma.
La UNI EN 1838:2025 non considera più l’illuminazione di emergenza esclusivamente come supporto alla fuga, ma come elemento attivo della gestione dell’emergenza.
Nei punti di enfasi consente di intervenire.
Nelle aree ad alto rischio consente di mettere in sicurezza.
In entrambi i casi, la luce non è solo orientamento: è strumento operativo.
Per progettisti e responsabili tecnici, questo significa ampliare lo sguardo. Non basta calcolare i lux sul pavimento; occorre comprendere cosa accade in quei secondi critici tra l’interruzione dell’alimentazione e l’evacuazione completa.
È lì che la norma 2025 concentra la propria evoluzione.



